Se è vero che gli occhi sono lo specchio dell'anima, se è lo sguardo che racconta meglio il nostro modo di essere, c'è uno scorcio sulle vite di alcuni nostri antenati che appare in tutta la sua nitidezza nei volti dipinti, spesso come maschere funerarie, che ci arrivano dall'Egitto romano. Sono sguardi che avevano incantato Henri Matisse, che facevano dire a Pablo Picasso "dopo di loro non abbiamo inventato nulla", che avevano convinto Amedeo Modigliani ad esclamare: "quelli... sono più vivi di chi li guarda". "Quegli occhi spalancati non guardano il mondo esterno, guardano te, attraversandoti", notava pure Alberto Giacometti.
Ora questi volti antichi di più di duemila anni si possono ammirare a Roma, all'Ara Pacis, dove si apre dal 5 novembre la grande mostra dedicata ai volti del Fayum: oltre 110 opere tra tavole, sudari, maschere funerarie, marmi, calchi in gesso e oreficerie antiche. Un tesoro unico e non solo per l'Italia: di questi particolari ritratti del Fayum se ne conservano in giro per il mondo meno di mille e a Roma ne sono arrivati in questa occasione una cinquantina. Per la prima volta l'Egitto ci ha infatti concesso la quasi totalità delle tavole del Fayum conservate nelle proprie collezioni e mai uscite dai musei egiziani. Tra queste il cosiddetto Tondo dei Due Fratelli, uno dei massimi capolavori della pittura antica, restaurato in Egitto da studiosi italiani.
Altre opere arrivano invece dal Louvre, e tra queste alcuni rarissimi sudari dipinti in lino. All'Ara Pacis c'è anche il ritratto di Isidora, dal Getty Museum, e poi i ritratti conservati al Metropolitan. Nel caso di Isidora, è così raffinato da aver dato il nome convenzionale al suo autore anonimo (il Maestro di Isidora). È esposta a Roma anche la splendida Eirene, dal Landesmuseum Württemberg di Stoccarda, il cui nome compare sulla tavola insieme alla preghiera con cui i suoi cari affidano la sua anima a Osiride. In mostra c'è anche un volto giovanile mai esposto prima: è appena riemerso dagli scavi di una missione archeologica italiana in Egitto dell'Università del Salento. È il ritratto di un giovanetto di 14 anni ritrovato nei pressi di un'area sacra: non un disegno funebre, ma al contrario un dipinto realizzato per festeggiare la sua maturità, evento che veniva celebrato con il taglio della treccia che portavano i bambini. E, incredibile, la sua treccia tagliata - o quella di un altro giovanetto come lui - è stata ritrovata nel sito sepolta, e ben conservata, dalla sabbia. Queste pitture sono realizzate come encausti, la tecnica che mescola i colori con la cera d'api, che non si ossida, conferendo una lucentezza simile a quella dei dipinti a olio e che soprattutto resiste molto bene nel tempo. Grazie a questa tecnica, diffusa in tutto il Mediterraneo orientale, ma soprattutto grazie alle condizioni climatiche che caratterizzano l'Egitto, queste testimonianze sono giunte vivide fino ai nostri giorni.
Eredità "di un'arte tra le più sublimi dell'antichità ma in tanti casi andate perdute" dice il sovrintendente capitolino, Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei capitolini che hanno fornito i coevi ritratti scolpiti delle collezioni romane. A riprova dell'intento realistico di questi ritratti nella mostra vengono anche esposti gioielli di Pompei ed Ercolano, che permettono di riconoscere nella realtà documentata dallo scavo alcuni degli ornamenti raffigurati nei dipinti. Anche il percorso di visita si apre con un raffronto tra le due civiltà, quella romana e quella egiziana. Da una parte si vede la maschera funeraria tolemaica del Museo Barracco, un volto ancora lontano dalla fisionomia individuale e uno sguardo fisso, destinato a garantire l'accesso all'aldilà. Dall'altra ci sono i ritratti in marmo dei Musei Capitolini e della Centrale Montemartini. È tra questi due poli che si collocano infatti i volti del Fayum, un incontro fra mondi diversi e tra uomini e donne dello stesso tempo.
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Source: ANSA · Agenzia ANSA
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